L’incredibile storia dell’ uomo con tatuata sul braccio la data della propria morte e il nome della persona che l’ha ucciso

Tra le tante storie che in questi anni ho raccolto, questa è quella più incredibile e che più di tutte  mi ha colpito ed appassionato. Perché? 

Il primo motivo è che è stata raccontata da una persona seria, attendibile, che l’ha vissuta in prima persona: il giornalista e scrittore Ito De Rolandis, Il secondo  è che è stata documentata da agenti di Pubblica Sicurezza anche loro increduli.

Può esistere quindi un uomo che ha tatuata sul braccio la data della propria morte e il nome della persona che l’ha ucciso? Sì…

Ito De Rolandis cronista dell’allora della Gazzetta del Popolo l’ha riportata su due sui libri: “Cronache dell’impossibile” dove è il capitolo di apertura e  “Misteri Fatti Incredibili ma veri all’ombra della Mole”. Due volumi ormai praticamente introvabili dei quali conservo gelosamente una copia per libro.

È una storia che vi voglio raccontare. E’ la storia di una morte, una morte annunciata…

“Gli ippocastani che segnavano corso Massimo d’Azeglio a Torino – racconta Ito De Rolandis – perdevano le foglie e sul Lungo Po si respirava l’aria di un autunno precoce”.

La facciata principale delle Molinette guardava verso corso Bramante. La porta del Pronto Soccorso era sulla sinistra, alla cima di una lieve rampa, una sorta di portone entro il quale accedevano le autoambulanze. Entrammo da lì”.

Inizia così il racconto del giornalista torinese. Un professionista serio abituato alla Cronaca Nera, ai rapporti complessi con le Forze dell’Ordine, con i marescialli dei Carabinieri e gli ispettori della Polizia. Un cronista schietto, genuino. Sicuramente non facilmente impressionabile.

“Nella stanza c’erano l’agente di Polizia, un’infermiera ed il custode che aveva telefonato raccontandoci l’accaduto. Erano tutti attorno alla barella: un lettino di metallo ridotto all’essenziale sistemato al centro sotto ad una lampada. La luce era concentrata sul morto. Questi era avvolto in un lenzuolo bianco. Solo la testa era scoperta”.

Nel  pronto soccorso si trovavano il giornalista, il suo fotografo, il personale del e gli agenti di Polizia.

Sembrava una normale serata di routine di cronaca nera, ma non era così.

“Abbiamo telefonato – disse il poliziotto al cronista – perché è senza documenti. Deve essere un tipo losco, quello, un galeotto. Pubblicando la fotografia sul giornale può darsi che qualcuno lo riconosca”.

Insomma, quella sera ognuno faceva il proprio lavoro: il giornalista annotava, la Polizia tentava di capirci qualcosa, il fotografo scattava.

Poi però…

“Quello che era sulla barella era un uomo di cinquant’anni, coi capelli neri come il carbone, ricciuti, il naso aquilino, le labbra spesse, pronunciate”.

Com’è morto?

“Di incidente stradale, così ha detto chi lo ha portato. Ma era un automobilista di passaggio. Non ha saputo dare tante spiegazioni. Pioveva, ha visto poco.”

E poi quei mostri tatuati su tutto il corpo.

“I mostri erano tatuati su tutto il corpo, mostri e donne nude”.

Poi qualcuno si accorse di un tatuaggio che a prima vista poteva essere tra i più banali ma che celava una realtà  sconcertante.

“Guarda qui. C’è anche una scritta sul braccio sinistro. All’altezza del polso si leggeva  M.T. GAY. E sotto 1.11.62”

Inizia l’incredibile; entra in scena una donna.

“E’ qui che hanno portato mio marito?”.

Dopo poco si scopre che la signora che ha posto la domanda è la moglie del morto.

“Mio marito è carpentiere, Questi tatuaggi li ha fatti in Australia dove era andato a lavorare prima della guerra. Ci siamo sposati nel 1951. In Australia, mi ha detto mio marito, si usava fare questi tatuaggi”.

Il caso sembra risolto, una cronaca come tante. Un morto deceduto a causa di un investimento stradale. Per il giornale nulla di rilevante, semplice routine, merita un taglio basso a due, venti righe magari anzi senza foto.

Senonchè entrò in scena un’altra donna.

“Stavamo avviandoci verso l’uscita quando arrivò l’auto della Polizia Stradale. Calarono il brigadiere D’Alpino e l’agente Cauda. Quest’ultimo aprì la portiera posteriore e diede una mano ad una giovane donna bionda, minuta”.

“L’uomo è morto”

“Ma roba da matti”

“Perché?”

“”Perché la Cinquecento che guidava costei ha un’ammaccatura che neppure si vede”.

“Il morto – raccontò al giornalista il brigadiere – era stato al cimitero di Pianezza. Era uscito dal camposanto e aveva l’ombrello aperto. Ha attraversato la strada, fuori dalle strisce pedonali, in un punto non illuminato, era vestito di scuro. La ragazza era sulla sua 500. Quando lo ha visto gli era già addosso”.

“Come si chiama la ragazza?”

“Ha detto Maria Tersa Gay di anni 23”.

“Ma sta scherzando?”

“No, e chi è questa qui? La figlia del sindaco?”

“Non so di chi sia figlia, ma il suo nome è scritto sul braccio del morto”. 

“Sul braccio di chi?” scattò il brigadiere.

Il cronista Ito De Rolandis invece di perdersi in mille spiegazioni fece vedere il tatuaggio sul braccio del morto al brigadiere: M.T.GAY 1.11.62

“Ma oggi quante ne abbiamo?”

“Oggi è il primo novembre 1962”

I poliziotti interrogano la povera Maria Tersa Gay. La signorina non aveva mai conosciuto prima l’uomo che aveva ucciso a causa di un banale incidente con la sua macchina.

Venne risentita la moglie del Navarro ma non emersero nuovi elementi.

Sia De Rolandis che il brigadiere della Stradale erano sconvolti e incuriositi.

“Perché la mia storia è pazzesca?” chiede ingenuamente Maria Teresa Gay impiegata alla Sip al turno 34 al giornalista scambiandolo per un poliziotto.

“Perché l’uomo che lei ha travolto e ucciso aveva inciso sul braccio il suo nome signorina e la data di oggi. Capisce, da circa dodici anni quell’uomo portava con sé la data della propria morte e il nome di chi lo avrebbe ucciso. Il suo!”.

Pubblicato da Gian Luca Marino scrittore

Gian Luca Marino scrittore, giornalista specializzato in storie misteriose e viaggi alla scoperta di itinerari insoliti.

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