L’Americano

foto di Ilaria Tuccio

Mi piace l’ambiente del bar e sono molto selettivo in materia. Prediligo i locali caldi ed accoglienti all’aspetto retrò con le boiserie,non transigo sulla preparazione dei cocktails e soprattutto sulla forma e l’aspetto dei bicchieri nei quali vengono serviti.

Qualche anno fa mi vennero in mente una serie di racconti ambientati in un locale della mia città dove di solito mi siedo a degustare qualche buon Negroni e d’accordo con il proprietario diedi vita ad una sorta di rubrica basata sui vari cocktails.

Purtroppo in questo maledetto periodo non esiste più il piacere di sedersi a sorseggiare qualcosa ma voglio riproporre qui alcune di quelle storie.

Partiamo dall’Americano…

Quella sera al bancone del bar si presentò un uomo alto, distinto ed elegante. Fuori faceva freddo e aveva da poco iniziato a piovere. Una pioggia fitta che presto si sarebbe tramutata in neve. Il signore si avvicinò al banco intirizzito dentro al suo cappotto principe di Galles. Si tolse il cappello a bombetta nero, si sfilò i guanti in pelle e iniziò a sbottonarsi lentamente lasciando intravedere un gilet di pregevole fattura dal quale sbucava un orologio a catena. Il barista chiese all’avventore se desiderasse qualcosa di caldo da bere. L’uomo sorrise, scosse leggermente la testa e ordinò un Americano con molto ghiaccio. Non nascondendo un certo stupore il gestore del locale chiamò il suo uomo di fiducia preposto alla preparazione dei cocktail. I due si guardarono quasi per interrogarsi a vicenda su quella richiesta un po’ inconsueta data l’atmosfera invernale fredda che avrebbe suggerito una bevanda calda o un distillato che si confaceva di più al periodo.

Il ragazzo dei cocktail si mise al lavoro per preparare l’Americano. Il signore osservò se stesso per qualche istante allo specchio della boiserie dietro al bancone in legno, si sistemò la cravatta e si mise a sedere al primo tavolino libero accanto alla porta aspettando il suo cocktail. Dopo qualche minuto il barista servì il suo cliente. Era la prima volta che quel distinto signore entrava nel suo locale e ci teneva particolarmente a offrire un buon servizio anche se aveva come l’impressione che quel cliente non l’avrebbe mai più rivisto. L’Americano era stato servito in un bicchiere di cristallo con zigrinature verticali sui bordi e decorato con una fetta d’arancia. Aveva molto ghiaccio come richiesto dal cliente ma il ragazzo dei cocktail lo aveva dosato in modo che non andasse troppo ad annacquare la preparazione. L’uomo ringraziò e strinse il bicchiere tra le mani come per riscaldarsi con il suo cocktail ghiacciato. Indugiò nel bere il primo sorso, osservò a lungo il drink quasi in contemplazione rigirandolo tra le mani. Poi bevve il primo sorso.

«Very buono. I miei complimenti» disse il signore rivolgendosi al barista e al suo ragazzo dei cocktail. Aveva un accento strano, difficile da identificare, sembrava un misto tra quello italiano e quello inglese. «Sono felice che sia di suo gradimento e la ringrazio – disse il ragazzo dei cocktail – ma certo che con questo freddo tutto quel ghiaccio…» Non finì la frase anche perché il barista e proprietario del locale gli rivolse un’occhiataccia e aggiunse «Qui nel bar c’è un bel caldo e poi al signore piacerà così». Per tutta risposta l’uomo bevve un altro sorso di Americano e disse: «Questa sera mi serviva un buon cocktail con molto ghiaccio perché guardando questi cubetti, sentendo il freddo che mi anestetizza le labbra e assaporando subito dopo il calore del Bitter Campari e del Vermouth Rosso, mi tornano in mente le mie origini perché dal ghiaccio sono partito e oggi proprio qui sono ritornato».

L’avventore aveva quasi perso il suo strano accento come se l’Americano avesse in qualche modo fatto uno strano effetto. «Cari signori – proseguì l’uomo – questa sera non solo mi avete servito un cocktail che mi ha soddisfatto molto ma grazie a voi e al vostro locale ho ricordato le mie origini, il mio passato che sono venuto qui per rincorrere anche se il passato non si dovrebbe mai far rivivere». Il barista e il ragazzo dei cocktail erano sempre più curiosi e coinvolti da quel personaggio entrato nel loro locale che sembrava arrivato da una terra e da un passato lontani.

L’uomo sorseggiò il suo drink, si guardò attorno e iniziò a raccontare. «Nella seconda metà degli anni Cinquanta la mia vita cambiò radicalmente. Vivevo in questa città e mio padre, fin dagli anni Venti, per non fare mancare niente alla mia famiglia si spaccava la schiena tutte le sante mattine per portare i lastroni di ghiaccio nelle abitazioni, nelle macellerie, in qualche ristorante e nei bar. Un lavoro faticoso e ingrato ma lui lo faceva sempre con il sorriso sulle labbra e forse perché era abituato a tutto quel ghiaccio non aveva mai freddo neanche negli inverni più gelidi quando girava in bicicletta anche in manica di camicia. Vivevamo in un appartamento nel centro di questa città e ricordo che al mattino presto mio padre partiva con la bicicletta e un carrettone per trainare tutte quelle lastre di ghiaccio. Era bravo nel suo lavoro, molto richiesto e facendo anche parecchie ore straordinarie era riuscito a mettere da parte un decreto gruzzolo di soldi. Negli anni Cinquanta però successe una fatto che non riuscirò mai a dimenticare: lo stesso ghiaccio aveva tolto il lavoro e la dignità a mio padre. In quegli anni arrivarono i primi frigoriferi per il consumo di massa e nessuno aveva più bisogno dei servizi del mio povero papà. Una sera io mia mamma e mio fratello eravamo in cucina ad aspettarlo. Stranamente mio padre non rincasava anche se era ora di cena e lui era un tipo molto puntuale. Eravamo tutti molto preoccupati. Mia madre stava per uscire per andare dalle guardie municipali a far denuncia quando improvvisamente mio padre sbucò dal nulla. Ricordo ancora le sue lacrime. Quel giorno aveva fatto la sua ultima consegna, non avrebbe mai più portato il ghiaccio. Trovò poi un altri lavori ma lui era conosciuto da tutti come “l’uomo del ghiaccio” e i frigoriferi moderni gli avevano portato via la dignità. Quella notte stessa mi venne a svegliare. Mi chiese di seguirlo. Io mi spaventai un po’ ma decisi comunque di andargli dietro. In piena notte uscimmo in strada dal primo piano dove abitavamo e raggiungemmo la cantina nel seminterrato sotto al piano terra della stessa abitazione.

Mio padre, facendosi luce con una torcia, mi condusse fino alla porta della nostra cantina dove su sua stessa indicazione, a me e mio fratello minore era proibito entrare. La pesante porta in legno si spalancò e mio padre illuminò l’ambiente con tre lanterne ad olio. In quella stanza faceva un gran freddo e al centro c’era una sagoma enorme, aveva la forma di un parallelepipedo ed era coperta da un lenzuolo. Mi sembrava di sognare. Mio padre tolse il lenzuolo e un frastuono sordo mi riportò come dal sonno alla veglia: con una grossa mazza da muratore aveva mandato in frantumi il parallelepipedo. Una distesa di ghiaccio giaceva sul pavimento che sembrava ancora più freddo del ghiaccio stesso e in mezzo ai cristalli gelati c’era una scatola in metallo. Mio padre tirò fuori dalla tasca una chiave, aprì il contenitore metallico ed estrasse un numero che mi sembrò incalcolabile di banconote. Erano tutti i soldi che aveva raccolto con le mance e risparmiato durante il suo lavoro di uomo del ghiaccio. Li avevi tenuti da parte in quella cassetta di metallo e qualche mese prima di capire che la sua missione di portare il ghiaccio in giro sarebbe presto finita, aveva inserito le ultime banconote nella sua cassaforte che aveva poi congelato all’interno dell’elemento che gli aveva dato un ruolo, una dignità.

Quel giorno decise che con quei soldi mi avrebbe mandato in America ospite da un nostro parente e che sarebbero serviti per farmi studiare nelle migliore scuole americane per farmi diventare un ingegnere del ghiaccio in modo da lavare quell’onta. Quella notte a casa mia successe di tutto. Il resto è storia. presi una laurea in ingegneria e trovai subito impiego in una multinazionale che produceva elettrodomestici tra cui mastodontici frigoriferi. Inutile dire che la direzione mi mise a dirigere la linea di produzione per i frigoriferi dei locali commerciali come bar e ristoranti.

Una sera dopo il lavoro mi fermai nel solito bar a bere il cocktail che tengo ora tra le mani quando mia moglie corse da me a darmi la triste notizia: mio padre era morto. Poteva essere un normale incidente ma appena seppi come era morto mi si gelò il sangue nelle vene: mio padre era scivolato su una lastra di ghiaccio rompendosi l’osso del collo. In questi giorni sono tornato in Italia dopo tanto tempo.

Sono tornato nella città dove sono nato e cresciuto, dove ho visto mio padre girare felice per le strade mentre portava in giro il suo ghiaccio. Ho il bisogno, la necessità di rivedere quella cantina». Il barista e il ragazzo dei cocktail avevano ascoltato fino in fondo quella storia. Fuori la pioggia si era tramutata in neve e le strade stavano ghiacciando. «Posso sapere dove abitava e dove si trovava la cantina ?» chiese il barista. «Certo – rispose il signore bevendo il suo ultimo sorso di Americano – Io abitavo proprio qui sopra al vostro locale e la cantina si trova sotto ai vostri piedi».

Pubblicato da Gian Luca Marino scrittore

Gian Luca Marino scrittore, giornalista specializzato in storie misteriose e viaggi alla scoperta di itinerari insoliti.

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