Fantasmi in mansarda a Torino

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Le strade del centro di Torino sono ricche di palazzi storici con mansarde che richiamano le architetture parigine. Ci si immagina all’interno di questi ambienti che, se arredati con la giusta cura, si trasformano da semplici sottotetti a spazi intimi, confortevoli e romantici.
Una cucina in stile provenzale con una finestra e una piccola terrazza con panorama su Torino; travi in legno e mattoni a vista; un bagno confortevole anche se di modeste dimensioni; una camera da letto e pochi metri quadrati dai quali si può ricavare uno studio-salotto con una libreria in legno e un comodo divano dall’aspetto vintage. Il ticchettio della pioggia che batte sul tetto amplificato dalla posizione all’ultimo piano e qualche gatto che, durante le belle giornate, fa capolino cercando di entrare in casa. Vasi di fiori e una collezione di bottiglie di vini pregiati pronti da servire durante le serate importanti o con amici speciali.
Tutto questo si immaginava Carlo, un giovane che aveva da poco trovato lavoro a Torino in una libreria, dopo aver terminato il suo percorso universitario in Scienze Politiche.
Quando aveva visto quell’annuncio sul giornale non ci poteva credere: una mansarda in pieno centro a Torino, della metratura che stava cercando, con un prezzo di affitto molto conveniente spese condominiali incluse.
Carlo fissò l’appuntamento con il proprietario della mansarda la sera stessa…


Quella casa gli piacque subito. Era proprio come l’aveva immaginata, come la desiderava. Notò subito la meravigliosa vista su Torino con l’imponente sagoma della Mole illuminata. Certo, c’era qualche lavoretto da fare, avrebbe dovuto acquistare i mobili, letto compreso, ma come poteva lasciarsi sfuggire un’occasione simile? C’era anche il pavimento in parquet.
Carlo firmò il contratto di locazione il giorno dopo.
Prima di apporre la firma ebbe un improvviso dubbio. Durante il sopralluogo delle sera prima aveva notato che a fianco della sua mansarda ce n’era un’altra. Sul subito, preso dall’entusiasmo, non ci aveva fatto molto caso ma giunto a quel punto, prima di vincolarsi per almeno quattro anni, chiese al proprietario qualche informazione in più.
«Vive qualcuno nella mansarda vicino?»
Il padrone di casa ebbe una lieve esitazione. Poi rispose:
«Ci abita un anziano signore. Viene spesso a trovarlo il figlio perché quell’uomo, vista l’età non riesce più a fare le scale. Non si preoccupi se ogni tanto sente urlare, non stanno litigando. È che il signore è molto sordo e suo figlio per parlare con lui deve per forza gridare. Per il resto, non avrà nessun disturbo».
Carlo sorrise e firmò il contratto. La mansarda era sua.
Nel giro di qualche mese Carlo modellò il suo spazio all’interno della nuova abitazione, proprio come l’aveva immaginata. Invitò gli amici a cena, i genitori per il pranzo domenicale e dopo, tutti assieme, girarono per i mercatini dell’antiquariato alla ricerca di nuove suppellettili per arricchire l’arredamento.
Poi una notte successe qualcosa.
Carlo stava dormendo profondamente quando sentì, per la prima volta, delle urla provenire dall’appartamento vicino. Era come se qualcuno stesse litigando in maniera molto concitata, violenta. Si sentiva una voce giovane urlare frasi sconnesse mentre un’altra voce, profonda, roca e irreale, ripeteva “stai calmo, la devi smettere”.
Carlo si ricordò di quello che gli aveva detto il padrone di casa.
«Saranno padre e figlio che litigano, ma proprio a quest’ora?».
Ad un certo punto le voci cessarono.
Carlo si aspettava da un momento all’altro di sentire chiudere la porta e tese l’orecchio per ascoltare i passi del figlio che sarebbe dovuto scendere dalle scale dopo essersene andato.
Non successe nulla, solo un silenzio irreale.
Per qualche notte non ci furono più litigate poi una sera tardi, era lunedì, le urla cominciarono di nuovo.
Carlo, che si era addormentato da pochi minuti, si alzò dal letto e andò a origliare.
Questa volta le urla erano ancora più forti. Di nuovo: la voce giovane che non si capiva bene cosa dicesse e quell’altra voce gracchiante e profonda.
Poi la situazione degenerò.
Carlo sentì distintamente un rumore di mobili spostati e il boato di un vetro rotto come se un pesante vaso di porcellana fosse stato tirato su una parete.
Ne aveva abbastanza.
L’uomo si alzò in piedi, corse fuori sul pianerottolo e bussò alla porta dei vicini urlando
«Adesso basta! Cosa sta succedendo? Se non la finite chiamo la Polizia».
Le urla e i rumori cessarono di colpo.
Carlo tese l’orecchio verso la porta. Silenzio assoluto. Tornò a letto.
Il mattino dopo non riusciva a dare una spiegazione a tutto quel trambusto.
«D’accordo – pensò – avranno pure litigato, ma dopo? Possibile tutto quel silenzio? Nemmeno una parola? Il figlio del signore anziano sarà pur andato via o è rimasto lì? Io non ho più visto e sentito nessuno».
Decise di fare le proprie rimostranze al proprietario di casa. Magari sarebbe intervenuto lui per intimare ai vicini rumorosi di finirla. Gli telefonò e rimasero d’accordo che il proprietario sarebbe passato a casa di Carlo verso il tardo pomeriggio.
Alle 18:30 in punto i due si incontrarono.
Quello che nacque da quel colloquio fu una situazione che Carlo non si sarebbe mai più scordato.
Il padrone di casa entrò e il suo inquilino lo fece accomodare offrendogli una tazza di the.
«Mi scusi se l’ho disturbata – spiegò Carlo – ma la situazione sta diventando davvero insostenibile. Lei mi aveva parlato della possibilità che ci fosse qualche litigio tra il mio vicino, che tra l’altro non ho mai visto e suo figlio, ma fino a questo punto non pensavo. Quei due si mettono a gridare nel bel mezzo della notte e le assicuro che riescono a svegliarmi e non farmi più prendere sonno».
Quando Carlo ebbe finito di descrivere nel dettaglio tutta la vicenda il proprietario impallidì di colpo.
«Senta signor Carlo – confidò il proprietario – con lei non sono stato del tutto onesto o meglio, lo sono stato ma davanti a certe cose non si sa mai cosa dire. Anche per me era impossibile questa cosa, ma poi non ho potuto più negare i fatti. A questo punto sarò completamente sincero con lei e non me ne voglia».
Carlo assunse un’aria tra lo stupito e il preoccupato.
«Nella mansarda vicino alla sua viveva una bella famiglia: madre, padre e figlio. Fu proprio il padre a decidere di abitare qui: quella mansarda è grande tre volte tanto la sua e ha una vista magnifica. Il signore era il direttore di una delle filiali più importanti di una nota banca a Torino; la madre era una insegnante di matematica in un liceo scientifico cittadino e il figlio aveva tutta la vita davanti e prometteva molto bene. Ottimi voti a scuola, giocava anche bene a calcio. Si iscrisse alla facoltà di Economia sicuro di trovare un posto di prestigio nella banca dove lavorava il padre. Tutti gli esami dati nei tempi giusti, la laurea arrivò con il massimo dei voti. Un mese dopo aver discusso la tesi il giovane fu assunto in banca. Da quel momento si ruppe qualcosa. Forse il ragazzo non sopportava quella vita programmata, forse nella finanza giravano brutte persone, non lo sappiamo, sta di fatto che entrò nel giro della droga e non ne uscì più. Pur guadagnando un buono stipendio i soldi non gli bastavano mai e per questo litigava spesso con il padre al quale chiedeva prestiti continuamente. La serenità di quella famiglia si ruppe e con lei tutti gli equilibri fino a quando la madre, forse per il dispiacere di aver capito che suo figlio era perso, morì per un male incurabile nel giro di niente. Il padre invecchiò di colpo tanto che ebbe gravi problemi di salute e si fece dare la pensione anticipata. Il suo programma era quello di stare vicino al figlio per poterlo aiutare e rimettere in sesto. Poi una sera la situazione degenerò completamente. Il padre venne a sapere dalla telefonata di un ex collega di banca, che i suo rampollo aveva sottratto soldi da alcuni fondi di investimento e per questo sarebbe stato licenziato. L’uomo aspettò che tornasse a notte fonda il figlio con in mano un grosso vaso in ceramica. Aveva deciso che glielo avrebbe spaccato in testa senza se e senza ma. Così fece ma il figlio, sotto l’effetto della droga, fu lesto a strappare di mano al padre il vaso e senza pensarci su un attimo tentò di spaccarglielo in testa. Per fortuna il vaso non colpì il genitore ma si infranse su una parete. Il cuore dell’uomo però non resse e morì pochi minuti dopo per un infarto fulminante. Ironia del destino il figlio, appena si accorse che suo padre era morto, ebbe un collasso nervoso e decise di farla finita quella notte stessa iniettandosi una dose massiccia della sua amata eroina. Fui io ad aprire la porta alla Polizia».
Carlo sudava e tremava.
«Ma io…- disse balbettando – io…quei rumori li ho sentiti. ne sono sicuro, Com’è possibile? Quella casa è ancora abitata, lei si sbaglia, io li ho sentiti».
«Venga con me» rispose il proprietario.
Andarono sul pianerottolo e l’uomo tirò fuori dalla tasca una chiave.
Aprì la porta della mansarda.
Lo spettacolo era desolante: una casa completamente vuota che sapeva di chiuso e di muffa, con tutte le tapparelle abbassate dalle quali non filtrava un filo di luce.
Per terra, accanto ad una parete, c’erano ancora alcuni cocci di un vaso in ceramica.
«Ma perché non me lo ha detto subito?» chiese Carlo.
«Cosa voleva che le dicessi. Che ci sono i fantasmi?»

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